contro- intestazione

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Tiscali, un rifugio tra le rocce.

La dorsale calcarea che corre verso sud lungo la costa di Orosei, nasconde nell'interno dell'isola un antico "rifugio". Questo è il mio invito a visitarlo.

Una sughera lungo il sentiero per Tiscali, Dorgali (NU) - Giugno.
Nikon D800, ob Nikon AF-s 17-35/2.8 ED, Gitzo GT3541LS Arca B1.

Che gli antichi Sardi non siano stati un popolo di pescatori e navigatori, è un'evidenza della storia e della tradizione popolare che, ad oggi, è fortemente radicata nel sughero e nei prodotti della terra. Non è difficile rendersene conto, è sufficiente parlare con la gente. Per avere però un riscontro assolutamente oggettivo è necessario armarsi di scarponi, zaino e cappello e affrontare i sentieri sassosi della valle di Oddoene. Ci sarò passato decine di volte lungo la SS125 (l'orientale sarda), strada che serpeggia sul fianco della costa montuosa di Dorgali. Andando verso Sud, verso l'Ogliastra, il mare non si vede più perché nascosto da una dorsale boscosa che si alza sulla sinistra, mentre a destra si apre la bella valle di Oddoene colorata dal verde dei lecci, dal giallo dei coltivi e rigata dalle vigne di Canonau. L'altro versante della valle è un impressionante castello di calcare bianco, un muro naturale, incombente. Beata ignoranza la mia, in tutti questi anni non immaginavo che il villaggio arcaico di Tiscali fosse proprio lì dietro, riparato da quai bastioni naturali cotti dal sole.  

Sul sentiero per Tiscali, Dorgali (NU) - Giugno.
Nikon D800, ob Nikon AF-s 17-35/2.8 ED, Gitzo GT3541LS Arca B1.

Abbiamo sottovalutato (ehmm, ho sottovalutato) il percorso, la difficoltà del sentiero. La pista che parte dal torrente Oddoene nel fondovalle non presenta difficoltà oggettive (non c'è da arrampicare). Sono le condizioni climatiche a rendere "ostile" la salita. Noi l'abbiamo percorso nel mese di Giugno, nell'aria fresca primaverile. Ciò nonostante, il bianco abbacinante delle rocce, il sole a picco e la totale assenza di vento, mi hanno fatto penare, penare sul serio. Un litro d'acqua a testa è NECESSARIO. Lo strappo iniziale, sotto il martello del sole delle 11.00, mi ha stroncato. La pista, passato l'iniziale tratto impervio, si quieta conducendo, attraverso un bel bosco di lecci e sughere, nell'unica apertura che la murata calcarea offre per penetrare nell'interno, nel dedalo di rocce spigolose del conglomerato del Supramnote. Spettacolare!

Sul sentiero per Tiscali. Dorgali (NU) - Giugno.
Nikon D800, ob Nikon AF-s 17-35/2.8 ED, Cpola hands hold.
Questo è l'accesso alla valle di di Tiscali. Dorgali (NU) - Giugno.
Nikon D800, ob Nikon AF-s 17-35/2.8 ED, Gitzo GT3541LS Arca B1.

Passato il bosco, risalita buona parte della costa sinistra, seguendo meticolosamente le indicazioni "Tiscali" (se no c'è da perdersi), abbiamo cominciato a intuire come questo antico villaggio sia stato ubicato in un luogo veramente difficile da raggiungere. E da trovare! Diamine, a qualsiasi conquistatore, saccheggiatore, mamelucco o romano che fosse, la voglia gli passava già sui primi sassi d'accesso. Qui invece rischiava pure la pelle perché il passaggio è stretto e esposto ai fianchi, insomma una collocazione strategica eccezionale per un popolo che cercava solo di difendersi da minacce esterne. Comunque, dal termine della valletta, la salita per il sito di Tiscali è ancora lunga.

L'interminabile sentiero per Tiscali, Dorgali (NU) - Giugno.
Nikon D800, ob Nikon AF-s 17-35/2.8 ED, Cpola hands hold.
Ultimo strappo per Tiscali, Dorgali (NU) - Giugno.
Nikon D800, ob Nikon AF-s 17-35/2.8 ED, Cpola hands hold.
Le rocce scavate dalla pioggia sono delle lame che tagliuzzano le suole Vibram: pensare di camminaraci scalzo mi fa rabbrividire.
Tiscali, Dorgali (NU) - Giugno.
Nikon D800, ob Nikon AF-s 17-35/2.8 ED, Cpola hands hold.

Finalmente, dopo aver risalito l'interminabile versante roccioso di calcare tagliente e abbagliante, siamo arrivati al sito. Dico subito che Tiscali offre poco da "vedere". Non ci sono evidenze appariscenti come le tombe etrusche o le mura romane, no qui è rimasto poco a testimoniare una presenza umana, stabile, durata molti, molti, secoli. Ciò nonostante è bene visitare questo luogo perché è un'esperienza quasi mistica. Il Luogo è tutto. L'insediamento era realizzato al riparo di un'arcata calcarea, resto del soffitto di un'antica dolina crollata molti secoli prima che il primo uomo decidesse di stabilire qui un accampamento. Il gioco dell'erosione carsica oltre a regalare un riparo sicuro ha dato un secondo dono: una bella finestra triangolare che consente il controllo dell'altro accesso al villaggio, quello della vicina sorgente di Su Gologone lungo le sponde del Cedrino. Scaltri questi antichi Sardi! Il silenzio di queste mura calcificate è rotto solo dal garrire di rondini e rondoni che abitano, indisturbati, le spaccature della roccia. Un piccolo sentiero percorre l'area toccando i pochi punti che ancora mostrano qualche traccia di insediamento. Sono magari pochi sassi fusi tra loro dal carbonato di calcio, ma il custode ci avverte: - Se ci fossero i fondi, diamine, qui ci sarebbe da scavare perché si sa ancora troppo poco di questo luogo e molto di quel che si dice è frutto più di ipotesi più che di rilevazioni scientifiche ...-

Sito archeologico di Tiscali. Dorgali (NU) - Giugno.
Nikon D3, ob Nikon AIs 16/2.8 Fisheye, Gitzo GT3541LS Arca B1.
Sito archeologico di Tiscali. Dorgali (NU) - Giugno.
Nikon D800, ob Nikon AF-s 17-35/2.8 ED, Gitzo GT3541LS Arca B1.

L'area archeologica, prima depredata e poi quasi dimenticata, oggi è controllata da una cooperativa locale che, oltre ad occuparsi della vendita del biglietto d'accesso, piantona 24 ore al giorno il sito. Ciò significa che un incaricato di turno, rimane di stanza a Tiscali giorno e notte. Dorme lì, mangia lì, insomma vive un turno settimanale da vero "monaco dell'eremo". Laura ed io siamo rimasti basiti, questa è feroce e ammirevole dedizione. Spero che la Regione Sardegna contribuisca fattivamente a questo sforzo che dovrebbe essere d'esempio per l'Italia tutta. Questo modo così totale di prendersi l'onere, il carico, della salvaguardia di un bene comune fa a pugni con gli sprechi e le malversazioni straccione che la politica italiana ha saputo esprimere da tanti anni a questa parte. Prima di andare via abbiamo voluto stringere la mano del custode di turno e mentre lo salutavamo, veloce e silenziosa come un gatto, una bella Martora ha fatto capolino tra i sassi e i tronchi di Tiscali: - Ma no, è normale, esce tra le cinque e le sette di sera, purché ci sia in giro poca gente. Si guarda intorno, cerca qualche cosa da mangiare, che non si sa mai, e poi sparisce - . Queste le parole del guardiano, che aggiunge: - Questa primavera è stata scandalosa, ha pure portato i cuccioli la svergognata, forse per insegnar loro il posto, fatto sta che se ne è stata lì a guardarci mentre pranzavamo, senza fare una piega - . Tiscali a modo suo è ancora viva e speriamo che rimanga così il più a lungo possibile, testimonianza di un cuore antico di questa splendida terra. 

Ho accennato prima alla sorgente di Su Gologone, beh non potevamo esimerci dal visitarla personalmente. La sera stessa, rientrati da Tiscali, abbiamo svoltato direzione Oliena ed eccoci alle sorgenti più misteriose di tutta la Sardegna. Il mistero è ancora una volta legato alla natura carsica del Supramonte. La sorgente di Su Gologone altro non è che l'affioramento superficiale (terminale) di un fiume ipogeo che raccoglie l'acqua stillata alla base del massiccio calcareo del Supramonte. Diverse spedizioni speleosub hanno tentato improbabili immersioni nelle limpide (e freschette) acque di Su Gologone, ma tutte hanno dovuto arrendersi alla profondità dei meandri di questo labirinto allagato. Rilevazioni meno avventurose, ma più efficaci, ottenute con il rilascio di fluorescina nell'acqua, hanno dimostrato la continuità idrogeologica di Su Gologone con il lontano Ogliastra. Tutto questo non lo si immagina nemmeno quando ci si specchia nel lago blu della sorgente, all'ombra dei salici e dei pioppi del Cedrino, lì poco distante.

Sorgente di Su Gologone, Oliena (NU) - Giugno.
Nikon D800, ob Nikon AF-s 17-35/2.8 ED, hands hold.
Sorgente di Su Gologone, Oliena (NU) - Giugno.
Nikon D800, ob Nikon  AF-s 17-35/2.8 ED, hands hold.
Il bosco di salici che si affaccia sul fiume Cedrino a Su Gologone e l'ingresso del ristorante Masiloghi a Oliena. Oliena (NU) - Giugno.
Nikon D700 ob Nikon AF-s 70-200/2.8 VRII G e Nikon D800, ob Nikon AF-s 17-35/2.8 ED, hands hold.

Ok, Su Gologone è popolare in tutta la Sardegna anche per una ragione molto meno scientifica e più pratica. A Su Gologone c'è un Hotel omonimo, con annesso ristorante. Ecco, questo luogo, il ristorante, è da visitare. Fatevi consigliare dalle gentilissime cameriere e non vi sbaglierete. Specialità tipiche della Sardegna interna, cucinate con grandissima maestria e servite in un ambiente veramente caratteristico. Se volete cenare in terrazza, godendovi le luci del tramonto sulla valle del Cedrino, prenotate per tempo altrimenti troverete tutto occupato da Inglesi, Tedeschi, Americani e Sardi. Italiani del continente no: a noi non ce lo dicono che esiste questo ristorante. Altro ristorante in cui consiglio pervicacemente una sosta culinaria, è Masiloghi ad Oliena, all'ingresso del paese. Anche questo posticino è da non perdere, assolutamente.

Noi non abbiamo mica finito con il Supramonte; c'è da andare alle gole di Su Gurropu, perdersi sugli altipiani di calcare, scalare il monte San Giovanni. La lista è lunga: i ristoranti sappiamo dove sono. Appena possiamo, arriviamo!

Dodici mesi civilissimi

Navigatore di passaggio, ti consiglio di leggere il testo oltre che guardare le figure, altrimenti ti perdi il 90% del gusto. Dà retta, non ti pentirai

Alba di Febbraio sulla città di Biella, Veduta da Biella Piazzo. Sulla destra il blocco dell'Ospedale. Biella - Febbraio 1994.
Nikon FM2n, ob Nikon AF 85/1.8,  Ilfochrome 100 hands hold. 

Tic tac il tempo passa e le ricorrenze arrivano, inesorabili. Il 15 di febbraio 2014 cadono i 20 anni dall'inizio del mio servizio civile. E chissenefrega, dirà il lettore. Vero, infatti non è la ricorrenza di per sé ad avere alcuna importanza, ma è l'occasione ghiotta per ricordare un'esperienza che è, e rimarrà, irripetibile non solo per me, ma per chiunque perché il servizio militare obbligatorio, da diversi anni, non c'è più e, di conseguenza, nemmeno il servizio civile alternativo.

Due parole sulla mia Obiezione di Coscienza.
(No dai, questo leggilo solo se non hai di meglio) All'inizio degli anni novanta lo Stato riconobbe, finalmente, la completa equivalenza tra servizio civile e servizio militare (più o meno). Era il risultato di una quarantennale battaglia di diritti civili che finalmente vedeva compimento. Ciò significava che chi voleva accedere al servizio civile, comunque doveva fare dichiarazione di obiezione di coscienza, ma almeno gli veniva risparmiato l'interrogatorio in caserma con domande del tipo – Ma se uno violenta tua madre, tu non gli scaricheresti una pistola addosso !!!!???? - Ecco, io ero tra quelli che si evitarono questa bella esperienza. Sulle armi la mia posizione è semplice: se posso evitarle, le evito. Per contro, non sono uno a cui il primo pensiero, davanti ad una canna spianata, è quello di infilarci un fiore: no, no, il mio primo istinto è di togliermi dalla traiettoria. Per quanto concerne l'universo militare, mi bastarono i 3 giorni di visita di leva nel novembre dell'86 ad Alessandria per soddisfare ogni mia curiosità e archiviare anni di fumetti Supereroica nei ricordi dell'adolescenza. I dialoghi abbaiati e farciti di bestemmie e i più bizzarri e involuti insulti rivolti a noi paria, burbacce della prima ora, con il solo scopo di intimidire e schiacciare gli sguardi a terra, decisi di lasciarli agli amanti del genere. Scelta di principio, ma anche scelta di opportunità, l'opportunità di fare qualcosa di concreto e magari, perchè no, utile! Avevo visto troppi amici ammuffire in caserme sgangherate, amici che erano tornati alla vita civile con il solo bagaglio di aneddoti bizzarri da raccontare al bar. No, io quell'anno d'obbligo volevo investirlo in qualcosa che fosse utile agli altri e che mi impegnasse sul serio. Ci sono riuscito.

Come studente ero una pena, qui è nell'estate del '90.
Minolta X700, ob Minolta MD 20/2.8, Manfrotto 055 + 168, Ilfochrome 100.
Un rientro serale sulla linea 2 tra Piola e Centrale. Allegriaaa!. Milano - 1993
Nikon FM2n, ob. Nikon AF 20/2.8 Ilfochrome 100, hands hold.

Genesi.
Io, che nella mia vita ho sempre evitato gare e competizioni (qualche concorso fotografico, ma poca cosa), ho registrato comunque un primato, del tutto involontario si intende: sono stato il primo "Obietur" (Obiettore di Coscienza ndr) assegnato alla Croce Bianca Biellese. Che colpo! Nel 1992 avevo fatto domanda per il servizio civile (alternativo alla leva militare). Mi ero interessato per la Croce Rossa, che magari sarei rimasto nella mia città. Invece che Rossa mi arrivò una Croce Bianca, per me era uguale, a me interessava fare qualcosa che mi sradicasse da una vita di studente incancrenito nel grigio di Milano e seppellito da tonnellate di equazioni differenziali utili, nella vita, come il due di picche a briscola. Dovevo, volevo staccare. Croce Bianca? Benvenuta. Quando ricevetti la cartolina di precetto (credo fosse ottobre 1993: con comodo) il foglio riportava l'indirizzo dell'ente assegnatario: Croce Bianca Biellese, Via Provinciale chissiricorda, Camburzano (BI). Ai tempi non c'erano google maps e street view, ma solo la cartina dell'ACI e lì Camburzano (che però il mio cervello dislessico registrò come CanBrunazzo) era un puntino di tre case tra Biella e  Ivrea. Per me, della bassa, un luogo quasi esotico: wow!! Però, a trovarlo. Ci andai prima del tempo, un fine settimana di Gennaio, un mese prima dell'inizio del servizio, accompagnato dal mio amico Andrea di Magenta che a sua volta, un paio di anni prima, aveva "dato" i suoi 12 mesi proprio a Biella (Chiavazza) in una comunità di recupero. Conosceva un po' la zona e si offrì di farmi da guida.


il Luogo
- La Cruus Bianca??? Nooo, la staccc puuu chii, ma lè gioo ai Puunt dal Maegoett! -. Ecco, questo ci disse una curiosa vecchina, unico residente presso l'indirizzo indicato sulla mia bella cartolina di precetto: viva l'Italia. Ovviamente non capimmo gran ché, la frase che qui ho riportato è una ricostruzione a valle della mia successiva introduzione al dialetto Biellese, oramai arrugginito. Di fatto non sapevo dove andare. Dopo le indicazioni di due distributori  di benzina e un bar, arrivammo ad un capannone, nel mezzo della campagna di Mongrando. Fermai la mia Panda sul ghiaione esterno senza immaginare che quel capannone industriale, isolato e spoglio, sarebbe stata la mia casa per dodici mesi, casa che, nelle ore notturne per oltre 8 mesi, non avrei condiviso con nessuno, vivendo una splendida solitudine che mi tolse le ultime, residue e ataviche, paure infantili.

Veduta dall'ingresso del Capannone CBB in una sera d'Agosto. Mongrando (BI) - Agosto 1994
Nikon FM2n, ob Nikon AF 20/2.8, Fuji Sensia, tripod Manfrotto 055 head 168.

- Vedrai che bello, qui le zanzare non sappiamo cosa siano e la nebbia non l'abbiamo mai vista - Queste le prime parole con cui Franco, il Capo, mi illustrò il contesto, la situazione. - Al momento la camera obiettori non è ancora pronta, ma manca ancora un mese, di tempo ne abbiamo, stai tranquillo - Tranquillissimo. Per due mesi (i più freddi, e in quel Febbraio '94 si registrarono i -10°C) dormii i dentro ad una roulotte, dentro al capannone, tre le ambulanze parcheggiate. La zanzariera invece me la costruii da me, nell'esasperazione della calura di Giugno e ricordo distintamente una sera di Novembre in cui la nebbia era così spessa che dovetti percorrere diverse volte la via Maghetto prima di trovare l'imbocco del viottolo d'accesso al capannone. Grande Franco.
In tutta onestà, a me quel luogo piacque subito parecchio. Ai piedi delle montagne, la sagoma del monte Mars che domina la pianura e i boschi circostanti, inframmezzati di coltivi, a nascondere torrenti come l'Elvo. Non mi sembrava vero, venivo da un contesto completamente differente ed entravo in una realtà molto più simile a quella raccontata dalle foto di Allard e Stanfield nel National Geographic Magazine, di cui da poco mi ero perdutamente innamorato.

A duecento metri dalla CBB si tagliavano i prati. Mongrando (BI) - Giugno 1994
Nikon FM2n, ob Nikon AF 20/2.8, Fuji Sensia, filter  P GT1, tripod Manfrotto 055 head 168.
A pochi chilometri dalla sede, sulle montagne lì davanti, si usava ancora il forcone. Sordevolo (BI) - Luglio 1994.
Nikon FM2n, ob Nikon AF 20/2.8, Fuji Sensia, hands hold. 
Nei vecchi cascinali: lo stoccaggio del fieno. Mongrando (BI) - Giugno 1994
Nikon FM2n, ob Sigma AF 28-70/2.8, Fuji Sensia, hands hold.
Trovate qualcosa di più biellese di sto scatto!!. Mongrando (BI) - Giugno 1994
Nikon FM2n, ob Nikon AF 20/2.8, Fuji Sensia, hands hold. 

Il Lavoro.
La Croce Bianca Biellese (CBB) non era chiamata praticamente mai (fortunatamente) per interventi di primo soccorso. Adesso è differente e le cose sono cambiate radicalmente, ma allora le chiamate d'emergenza erano mosche bianche. Il lavoro della CBB era costituito essenzialmente da servizi di accompagnamento e qui la competenza di un "inqualificato" obiettore era del tutto adeguata. Prendevo servizio il lunedì alle 8.30 per terminare il sabato alle 12.30. Entrare in autostrada il lunedì mattina alle 7.00 in direzione Torino, mi regalava una sensazione di evasione molto forte. Milano era dall'altra parte, con i suoi eserciziari, i temi d'esame, le date degli appelli, le aule stracolme e la sua metropolitana sferragliante piena di facce senza nome. No, cazzo, io ero autorizzato “per legge” ad andare nella direzione opposta, per poi uscire a Carisio e dirigere verso le montagne. Arrivato in sede, indossavo la mia bella tutina arancio (corta di gamba, ascella e cavallo, ma il cotone, si sa che cede) e via in auto, seguendo la tabella degli appuntamenti, su una Fiat Ritmo del '78 dall'assetto "impennato", bianca, strisce arancio, e stemma CBB su portiere e cofano. Su e giù per le strade del biellese, da Mongrando alla valle Cervo, da e per l'ospedale di Biella. Il giro dialisi, le terapie di riabilitazione post ictus, i servizi per il Centro Salute Mentale, 12 ore al giorno alle volte non bastavano. Pur nel vigore dei miei 25 anni, la stanchezza si sentiva, specialmente nelle prime settimane. Fu in quell'occasione che apprezzai veramente il valore, dopo una giornata di beato mazzo, di una minestra calda e di un letto.

L'ingresso del capannone in una sera di fine primavera, visto dall'uscio della cameretta obiettori. Mongrando (BI) - Maggio 1994.
Nikon FM2n, ob Nikon AF 20/2.8, Ilford Delta 400, hands hold.
La roulotte, pensione completa. Dettaglio beni di conforto nella Roulotte. La Cameretta! tutta un'altra vita!

Le persone.
Giulio, Angelo, Piercarlo, Franco B., Marco, Patrik, Alessandro, Gabriele, Michela, Stefano, Simone, Fabiana, Matteo, Franco M., il Piero ... è una lunga lista di nomi che mi sorprende di ricordare ancora oggi. Erano volontari, persone che il loro tempo libero avevano deciso di investirlo in modo impegnativo; una varia umanità, una ricca rappresentanza della classe lavoratrice della provincia del nord ovest italiano. Lingua: dialetto biellese stretto; età dai 17 ai 70 anni, con un'ovvia assenza della classe compresa tra i 28 e i 50 anni (erano in fabbrica a lavorare!).
Il grosso della forza lavoro volontaria aveva dai 17 ai 19 anni. Ciò significa che con i miei venticinque anni io, lì in mezzo, ero un Vecchio. Poi va detto che, al tempo, per quasi tutti i "Militi" (appunto) la parola Obiettore strideva, nei loro giovani capoccioni, come sabbia tra i denti. - Va che mi avete chiamato voi qui... - Ogni tanto dovevo ricordarlo e devo ammettere che anche la più giovane testa di legno, dagli dagli, alla fine ha capito, tanto che molti, dopo, hanno fatto la mia stessa scelta. Un successo, anacronistico letto nell'attualità corrente. Io ero un Obiettore, non un volontario e anche questo era un dettaglio che sfuggiva a molti, a questi allora rimbrottavo: - A me qui mi ci ha mandato il Ministero, non l'ho scelto io, son qui per mestiere. Se tu ti incazzi brutto, apri la porta e te ne vai. Se succede a me, tocca farmela passare - Che bello avere, una volta tanto, regole chiare, semplici e precise: non mi è più successo. Il titolo di studio: io ero un bel fuoricorso di Ingegneria PoliMI. Comprensibilmente inconcepibile per un giovane Biellese del '94, perché in quel territorio l'Università era per i figli dei "Sciur". Gli altri, quelli come me per capirci, era già tanto il diploma dell'ITI perché lì, a Biella, di lavoro, ce n'era ovunque e il disoccupato era solo uno che non aveva voglia. Beh, nel 1994 le cose stavano cambiando. Le Tessiture cominciavano a vedersela brutta e la Crisi iniziava mordere sul serio con le casse integrazione della Scardassi. Questo giustificava la presenza di molti ragazzi che, meglio che stare a casa - perché adesso lavoro non ne trovo -, venivano in CBB a darsi da fare.

Una foto rubata in sala Militi la sera della riunione settimanale. Mongrando (BI) - 1994
Nikon FM2n, ob Nikon AF 20/2.8, Ilford Delta 400, hands hold.

Vorrei raccontare di tutti, ma non si può, non c'è tempo e neppure spazio, ma qualcosa lo voglio scrivere. Di Franco B. ricordo il giorno in cui si presentò in CBB per proporsi come volontario. Non aveva ancora aperto la bocca che già stava sulle balle a tutti. A me no, a me piacque subito e altrettanto al Boss che, per altro, sapeva bene l'urgenza in CBB di gente patentata. Con Franco B. ci sentiamo ancora, anzi devo andare a trovarlo, adesso che è papà di una bella bambina! Il Piercarlo, invece, era ed è, un vero figlio di quella terra chiusa tra la Serra e i piedi delle Alpi Biellesi. Che significa? Significa che il Piercarlo poteva essere un contadino, allevatore di polli e conigli, come un meccanico di precisione o un installatore di impianti elettrici/antennista (peraltro il suo mestiere). Sempre disponibile, sempre pronto alla discussione costruttiva come a saltare in ambulanza per servire qualche corsa scoperta. Pier allora aveva, credo, la mia età d'adesso, ci capimmo al volo ed era un piacere uscire con lui. Il Piero D. era un omone alto alto, con due spettacolari baffi sabaudi, che non considerava proprio l'ipotesi che l'italiano, come lingua, non fosse il suo dialetto. Quanti chilometri su quelle sgangherate ambulanze, quanti servizi. E' parlando con Piero e Piercarlo che ho realizzato come il mio essere novarese significa esser piemontese di inciampo, di non appartenere completamente a quella cultura. Poco importa che i miei nonni trascorressero le ferie (negli anni '20 del 900) su al santuario di Graglia. No, per noi novaresi la Città è Milano, non Torino e questo, se non dice tutto, comunque racconta abbastanza.

Questo riccio, nelle mani guantate di Franco B., lo abbiamo liberato da un
collare di raffia. Cribbio come pungeva.  Mongrando (BI) - 1994
Nikon FM2n, ob Nikon AF 35/2, Fuji Sensia 100, Strobe Sunpack.

Ci sono anche tutti gli altri ragazzi, a cominciare dal mio collega obiettore Domenico, che riuscì ad avere l'avvicinamento a casa dopo tanti mesi di richieste, lettere e telefonate. Aveva delle ragioni serie, ma la lentezza del Ministero qualcuno doveva prendersela in carico perché Domenico, alla fin fine, era a mezzo servizio (rientrava a Milano tutte le sere). La sua parte qualcuno doveva farla, lascio indovinare a chi toccò l'incombenza. Le cose cambiarono con l'arrivo di Andrea, gagliardissimo, con cui divisi gli ultimi 4 mesi. Grande Andrea, gli piaceva da pazzi la Opel Astra SW (??), chissà se si è tolto sta voglia. Michela era una infermiera diplomata, arrivò in CBB con il suo moroso d'allora Stefano, anche lui infermiere. Non sembrava vero: dei professionisti!! Pure in gamba e giovanissimi. Beh, li trattarono come dei “laqualunque”, peccato, un'occasione persa (lo pensai allora, e lo credo tutt'ora, ma non erano affari su cui potessi dire la mia: io non ero un volontario). Giulio, una pasta di ragazzo, sempre pronto a fare anche più della sua parte e gentile, come pochi, con i trasportati. Fece anche lui il servizio civile. Venne assegnato ad una casa di riposo vicino a Novara: era evidente che al Ministero qualcuno ci teneva molto agli scambi culturali tra le province di Novara e Biella. La lista è ancora lunga: Marco, Patrik, i fratelli Simone e Matteo, Angelino, Franco M. Onestamente era un bel circo, colorato, rumoroso, guascone e, sopratutto, veracemente genuino.

Si prepara lo stand CBB nello spazio di Biella Fiere. Biella - 1994.
Nikon FM2n, ob Nikon AF 20/2.8, Ilford Delta 400, hands hold. 

La CBB del 1994 era a gestione famigliare. Nel senso esatto del termine perché era una famiglia, composta da cinque fratelli, a costituire il direttivo di questa piccola Onlus. Di tutti loro conservo un gran bel ricordo perché, nel bene, e nel male, erano tutte persone con una sconfinata passione per fare cose concrete, tangibili, erano persone che forse la vita aveva costretto in abiti stretti, troppo stretti, per le loro capacità (più che ambizioni) e che cercavano una via di soddisfazione umana del tutto legittima e condivisibile. Franco era il capo, il mio capo, me lo ricordo sempre sorridente anche davanti alle più cazzute difficoltà. Poi c'era Paolino. Paolo era forte, un vero ragazzo degli anni '70. Faceva lui le assegnazioni delle squadre per le missioni del giorno successivo. Le telefonate della sera prima per cercare di coprire gli appuntamenti erano uno spasso, promesse su promesse (quante balle) pur di coprire il buco, metterci una pezza. Grande Paolo! Una terribile malattia ce lo ha portato via, troppo presto. Enrico invece era uomo di pochissime parole. Con la sua bella barba nera, i capelli scuri, che  facevano tanto Ulisse - Rai '68, Enrico si occupava dell'assistenza tecnica ai mezzi, lui era l'uomo a cui tutti gli autisti dovevano rispetto e considerazione perché se le marce entravano, era grazie alla sua competenza meccanica. I miracoli di Enrico mandavano avanti la CBB, che mazzo si tirava quell'uomo!

La Storia.
Quei dodici mesi non passarono troppo velocemente. Non fu dura, ma nemmeno una passeggiata. Il primo servizio me lo ricordo bene. Era con il Piero, accompagnammo un signore a fare un controllo ambulatoriale presso l'ospedale. In sala d'aspetto, con la mia tuta arancio, attendevamo il turno. Un altro paziente, intuendo non so quale competenza derivante dal mia uniforme, mi rivolse la parola: - Lei la conosce sicuramente, ma sa che io mi son salvato la vita con la manovra di schiacciamento della femorale? - io non sapevo un bel niente e quello proseguiva - E' successo quando mi è scappata la sega a motore e mi si è infilata tra le gambe, ha colpito la coscia a destra, qui dentro vede, e ha rotto tutto. - Faccio noto che a me certi argomenti fanno un po' senso, ma il signore non ne aveva idea. - Sa che danni fa una catena da taglio?? Ha spappolato la femorale tanto che il professore, ah è bravo questo professore,  ci ha messo un sacco di ore per rimettere insieme i pezzi e siccome non ce n'era a sé ha preso un pezzo di arteria secondaria per chiudere il circuito, capisce - ehh, capirci!! Io cominciavo a sudare freddo sul serio. E quello infieriva - E mi hanno fatto i complimenti sa? Per la forza che ho avuto perché sa, ero a fare bosco (tagliavo la legna - ndr), e dopo l'incidente mi son stretto la coscia con le mani tirandomela al petto, così forte che non mi sono dissanguato -  Probabilmente qualcuno si accorse che ero un po' pallido, ma non il mio interlocutore che proseguiva indefesso nel suo racconto dettagliato. Tenni botta, pensai che a questo mi sarei dovuto abituare e prima lo facevo meglio era ... In quella arriva Piero che era andato parcheggiare l'ambulanza. Il paziente chiacchierone nel vederlo non si trattiene : - Ahh forse al suo collega invece è capitato di vedere qualcosa del genere - E giù "un'auta vira" (un'altra volta  - ndr) con ulteriori dettagli, per la felicità del Piero che si rivelò un appassionato del genere - Uh nen capì tropp ben la vicenda d'la sega: cum'è l'è faith a piantala 'ntla gamba?? - e via una terza.  Si comprende come dopo vent'anni sta storia me la ricordo ancora.  Di vicende da raccontare ce ne sarebbero tante da popolare un romanzetto, troppe per un post di un blog in internet. Feci del mio meglio, e non mi risparmiai mai. Mi ribellai agli eccessi, perché il troppo stroppia SEMPRE.

Un po' di mezzi d'epoca, l'angolo della nostalgia. Mongrando - 1994
Nikon FM2n, ob Nikon AF 35/2, Ilford Delta 400, hands hold. 

Fu un'esperienza straordinaria che la vita mi ha concesso e che già allora mi rendevo conto esser tale. Servire persone che non hanno altri aiuti, essere un appoggio importante pur usando un'automobile sgangherata (che oggi nessuno si sognerebbe neppure di portare in revisione), pur facendo ben poco oltre ad essere gentile ed offrire un braccio di sostegno, era significativo. Era vivere lo specchio di una società strabica che giustificava 60 milioni per l'acquisto di una fuoriserie, ma che non sapeva concedere due milioni di lire di rimborso carburante per i servizi di accompagnamento per quei vecchi che tanto avevano contribuito alla ricchezza della bella città di Biella.


L'epilogo.
Non mi congedai dalla CBB con il collo storto, no affatto. La sera del 15 febbraio 1995 caricai la Panda con le mie ultime cose (camera oscura inclusa; sì me l'ero montata nella stanzetta e di notte si riusciva a stampare. Faceva molto Eric Salomon) e me ne andai senza guardarmi indietro, ne avevo abbastanza. Un granello di verità spesso è il germe da cui cresce, possente, la pianta della maldicenza. Difficile potarla quando è troppo sviluppata. I ragionamenti e le elucubrazioni che si autoalimentano, danno spesso origine a fazioni in opposizione e io mi trovai in mezzo tra due. So che, anni dopo, quei malumori si sono concretizzati in una brutta storia di denunce e di processi. Di questa vicenda so poco, ma avendo conosciuto personalmente accusati e accusatori, non posso che constatare amaramente come quella piantaccia delle maleparole fosse effettivamente cresciuta troppo, fino ad avvelenare le radici stesse della CBB originaria. Un peccato, un'occasione perduta per tutti.

Oggi la nuova CBB è una Onlus importante, con mezzi all'avanguardia e tanti volontari preparati e pronti ad affrontare qualsiasi tipo di intervento. Era il sogno di Franco P. Io però rimarrò sempre affezionato al ricordo del suono dello scarico malfermo dell'unico 238 che ancora marciava, del cambio della Biella 4 da “accarezzare” se no si staccava la leva, delle cromature demodè del Ford Granada e della polvere del capannone di Mongrando. Quello è stato il mio servizio civile: cialtrone, impegnato, miserabile e ricchissimo. Irripetibile.

Grazie a tutti voi matoi!!

Febbraio 2014 – Valerio Brustia


Io e l'Ambulanzino. Notare che venivamo dalla stessa provincia. Sorvolare sulla pettinatura e sugli occhiali.
Mongrando (BI) - Febbraio 1995.
Nikon FM2n, ob Tamron SP 180/2.5 LD-IF, Kodak GOld 100, tripod Manfrotto 055 head 168.